CAI Sezione di Magenta

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San Rocco

La Chiesa di San Rocco

sanrocco

Via San

20013 Magenta (MI)

+39 029798342

 


La sua origine risale alla seconda meta XV secolo, periodo in cui in Italia si diffonde il culto dei SS. Rocco e Sebastiano, protettori contro la peste. Il primo documento che ne riporta l'esistenza, comunque, è datato 27 agosto 1524 ed è il testamento del nobile Antonio Capelli di Chieri, il quale lascia a questa Chie­sa parte delle sue sostanze. E' del XVI secolo la prima descrizione sommaria del­l'edificio, che viene chia­mato Oratorio e del quale si dice che è stato eretto dalla devozione degli uo­mini; in esso gli abitanti del luogo fanno celebrare ogni giorno la S. Messa. La Chiesa, dunque, essendo di fondazione popolare,non possiede alcun reddito ed è so­stenuta solo dal­la spontanea ini­ziativa dei fe­deli. In essa, a partire dal 1571, viene eretta la Scuola dei Disciplinati, intitolata al SS. Sacra­mento e fondata dallo stesso S. Carlo Bor­romeo , la quale, av­valendosi di elemo­sine e di contributi straordinari, deve ot­temperare alle neces­sità della Chiesa. E' importante notare come questo edificio sacro abbia avuto, durante tutto il suo corso storico, una evoluzione molto diversa da quella delle altre Chiese del Magentino. Innazitutto essa non possede­va redditi, legati e cappellanie varie e questo, se la rendeva sicuramente più vicina alla po­polazione contadina che al ceto nobiliare, gli impediva, però, di avere quelle sovvenzioni si­cure e regolari che avrebbero permesso una manutenzione costante ed accurata. Da pic­colo Oratorio campestre rivolto ad Oriente, quale era agli inizi del XVI secolo, l'edificio, alla fine del 1500, soprattutto dopo la realiz­zazione delle disposizioni di S. Carlo, si in­grandisce e su-bisce delle trasformazioni, in quanto alla costruzione originaria, identifica­bile con l'attuale presbiterio, si aggiunge un corpo, suddiviso in tre navate; in seguito a ta-i cambiamenti l'edificio risulta orientato a Mezzogiorno. Durante tutto il XVII secolo si continua l'opera di abbellimento della Chiesa stessa, che comporta necessariamente conti­nue modifiche interne. Nel 1706, in seguito alla Visita di Monsignor Mario Corradi, si ha l'elencazione degli altari che si trovano in S. Rocco: l'altare Maggiore e gli altari laterali della Beata Vergine Maria dei Miracoli, di S. Giovanni Battista e di S. Se­bastiano. Nella stessa Visita si descrive anche il terzo corpo aggiunto all'edificio; questo consiste in un nuovo coro a semicerchio, si­tuato dietro l'altare Maggiore e destinato, come il precedente, alla recitazione festiva degli Uffici; si può ipotizzare che tale ulterio­re ampliamento si sia reso necessario non so­lo per adeguare l'edificio ai canoni architet­tonici allora vigenti, ma anche per aumentar­ne la capienza, in quanto la Confraternita du­rante il XVIII secolo vede un costante incre­mento dei propri adepti. Nel 1720 viene benedetto un quinto altare, dedicate alla SS. Trinità, che rende simmetri­ca la sistemazione interna dell'Oratorio, il quale presenta un altare Maggiore rivolto a Sud, due altari laterali posti ad Oriente ed al­tri due ad Occidente. Nel 1758 viene sman­tellato il vecchio altare Maggiore ed al suo posto viene collocato un nuovo altare di stile barocco, che, per le sue decorazioni in marmi policromi e per i due porta lini che lo affian­cano lateralmente, è considerato unico in Lombardia. Nel 1772 viene realizzata la cappelletta dei morti, dove vengono traslate le salme che riposavano nel cimitero adiacente alla Chiesa. Non si ha notizia di altre evolu­zioni fino alla dominazione austriaca, duran­te la quale l'edificio viene adibito a ricovero per i militari di passaggio. In seguito alla sop­pressione della Confraternita dei Disciplinati, avvenuta alla fine del XIX secolo, l'ammini­strazione della Chiesa passa alla Parrocchia di S.Martino. Da questo momento S. Rocco di­viene Chiesa sussidiaria della Parrocchiale e viene usata solo sporadicamente; questa per­dita d'importanza coincide con il suo lento declino. Negli anni 1950-1955 Monsignor Crespi promuove un restauro sommario della Chiesa, ma è solo dopo il Concilio Ecumenico Vaticano II, il quale auspica un'azione pasto­rale maggiormente calata nelle realtà locali, che si decide una sua radicale ristrutturazio­ne, affinché possa essere utilizzata per le esi­genze del quartiere nel quale si trova; nel 1978, perciò, don Giuseppe Locatelli commis­siona all'architetto Ernesto Puricelli il restau­ro completo dell'edificio sacro. Volendo, a questo punto, descrivere la Chiesa così come si presenta oggi, si deve premettere che i continui cambiamenti in essa operati ne ren­dono difficile una precisa lettura architetto­nica, in quanto hanno dato luogo a parti con caratteristiche molto dissimili tra di loro. La facciata dell'edificio sacro, orizzontalmente disposta su due ordini e conclusa da un tim­pano, è ripartita verticalmente in tre parti da lesene di ordine toscano, conformemente al­la regola che vuole i fronti delle chiese in nu­mero dispari con l'ingresso principale al cen­tro; davanti ad essa vi è un protiro, aggiunto successivamente, e nella parte superiore si trova una monofora che illu­mina la navata. Due piccoli obe­lischi, infine, ornano la parte su­periore dei due estremi laterali della facciata, che risale alla fine del XVI secolo; i raccordi del tim­pano, la parte sottostante ad es­so ed i due obelischi possono dir­si, invece, barocchi. L'interno, a navata unica, presenta ancor maggiori difformità architettoni­che; infatti, la cappella dell'alta­re Maggiore ed il coro non hanno nulla in comune con il corpo del­la Chiesa, anche per quanto ri­guarda la proporzione tra le loro misure. La navata è coperta da una volta a botte, suddi­visa in tre campate, e presenta due cappelle per lato, nelle quali vi sono alcune tele sette­centesche di ottima fattura, raffiguranti la SS. Trinità, la Vergine con S. Chiara, S. Cateri­na e S. Giovanni Battista, l'Addolorata e S. Sebastiano. Al di là dell'arco trionfale c'e il presbiterio,di forma molto allungata, con un altare di recente fabbricazione ed un altro al­tare tardo-barocco, che delimita il coro posto nell'abside. Sulle pareti del presbiterio vi so­no due tele, aventi come soggetto l'una, di ispirazione procaccinesca, la Sacra Famiglia con i SS. Rocco, Carlo e Francesco, e l'altra l'Investitura di un Sacerdote. Il campanile, ubicato sul lato Est della Chiesa ed iniziato nel XVI secolo, presenta dei rifacimenti nella parte superiore, presumibilmente risalenti al XVIII secolo. Una nota di particolare attenzio­ne merita l'organo, posto nella cantoria sopra la porta principale, pregevole opera della bot­tega del magentino Gaetano Prestinari, che porta la data del 18 novembre 1878, scritta a matita su una tavoletta della secreta. E' racchiuso in una semplice, ma elegante, cas­sa con lesene e dorature, che ne fanno risal­tare la facciata, composta di venticinque canne disposte a cuspide, con ali laterali. La disposizione fonica prescelta è quella carat­teristica della seconda meta dell'800, con qualche concessione al gusto imitativo degli strumenti d'orchestra. Nel 1978/79, con la si­stemazione dell'edificio, si è provveduto an­che al restauro completo di questo splendido strumento e di alcune tele, precedentemente giacenti nei depositi della Fabbriceria, proba­bilmente provenienti dall'antica Prepositurale e dalle altre Chiese minori andate distrutte. Tra esse se ne segnalano due, risalenti al '500, che raffigurano la Madonna tra gli Angeli e la Crocefissione, altre due del '600, che rappre­sentano le Nozze di Cana e la Madonna con S. Domenico ed alcune sette-centesche aven­ti come soggetto l'Adorazione dei Magi, San­ta Maddalena de' Pazzi e l'Angelo Custode. S* segnala, infine, la presenza in S. Rocco della serie completa delle ventiquattro insegne processionali del Venerdì Santo, in legno di­pinto, risalenti al 1700.

I Misteri (insegne processionali)

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Via San

20013 Magenta (MI)

+39 029798342


Non tutti i magentini sono a conoscenza del­l'importanza storica che rivestono le venti­quattro insegne processionali del XVIII sec, custodite nella Chiesa di S. Rocco, popolar­mente chiamate i "Misteri". E solo pochi san­no che la loro completa conservazione rap­presenta quasi un fatto unico in Italia. Infat­ti il destino di questi oggetti, ritenuti in alcu­ni casi troppo legati alla superstizione popo­lare più che alla fede, ha spesso seguito la sorte delle Confraternite, ormai da tempo soppresse, a cui erano affidate in custodia. Oggetti popolari di culto, ancora oggi portati in processione per le vie della città il giorno del Venerdì Santo, i "Misteri" affondano le lo­ro radici nell'antico dramma liturgico di ma­trice nordica. Il gallo, il dado, le vesti, la can­na con la spugna imbevuta di fiele erano rac­conto per gli analfabeti, simboli di richiamo alle sacre rappresentazioni medioevali, quan­do il personaggio di Cristo sfilava tra la folla urlante e piangente di dolore. La funzione simbolico-rappresentativa di queste insegne processionali, con simbolo e cartiglio, è stata assunta, a partire dalla se­conda metà dell'Ottocento, dalle immagini pittoriche o scultoree, che, stabilmente collo­cate all'interno delle chiese, ripercorrono i momenti (stazioni) più significativi della Via della Croce (Via Crucis). L'attuale Via Crucis mira a ricreare l'ambientazione storica degli ultimi giorni della vita di Cristo e della sua Ri­surrezione, fissandone i 14 episodi, ritenuti più importanti, con immagini particolareg­giate, così da guidare il fedele, quasi pren­dendolo per mano ,verso la comprensione del sacrificio divino. I "Misteri" invece, mediante l'uso di una simbologia elementare, riesconc ad evocare nella mente dei fedeli, in mode più diretto ed immediato, il profondo signifi­cato teologico insito in ogni gesto e avveni­mento della Passione.

 

Tratto integralmente da "MAGENTA Ritratto di una Città"

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San Biagio

La Chiesa di San Biagio

sanbiagio

Via San Biagio,15

20013 Magenta (MI)

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La Chiesa di San Biagio è inserita attualmen­te nel complesso architettonico dell'Istituto delle Madri Canossiane. Nel 1570, il Cardinale Carlo Borromeo accen­na alle origini della Chiesa, affermando che, secondo quanto gli è stato riportato, in tem­pi lontani questo luogo di culto, antichissimo, era la Parrocchiale di Magenta. L'importanza di questo edificio sacro è testimoniata anche dal perseverare della consuetudine di cele­brare con solennità la Festa del Santo titola­re, in occasione della quale si tiene un pub­blico mercato annuale nella piazza adiacente alla chiesa stessa. In seguito ai Decreti del Cardinale Carlo Bor­romeo si ricomincia a celebrare la Messa nel­l'Oratorio "campestre" di S. Biagio, a causa della sua ubicazione un po' periferica rispet­to all'allora centro abitato. A conferma del­l'attaccamento della popolazione magentina, la Chiesa di S. Biagio non viene distrutta ma è sottoposta a periodici lavori di restauro. Nel 1636 l'Oratorio viene completamente edifi­cato a spese dell'Abate Faustino Mazenta. A riprova dell'importanza dell'operato dell'Aba­te Mazenta, nella Chiesa di S.Biagio si trova ancor oggi una lapide a lui dedicata. Con un atto, rogato in data 11 luglio 1637, l'Abate Mazenta erige una cappellata perpetua in questo Oratorio, con riserva di giuspatronato a favore del più degno o del maggiore d'età dei suoi successori e discendenti in linea ma­schile: detta cappellania deve mantenere sempre natura laica e non ecclesiastica con la condizione che il titolare sia obbligato a risie­dere e ad abitare stabilmente a Magenta, il più vicino possibile all'edificio sacro, per es­sere pronto a soddisfarne ogni bisogno. Già in quest'epoca, presso S. Biagio, vi è un'abita­zione con un giardinetto, il cui usufrutto, uni­tamente a quello di alcuni possedimenti nel­la valle del Ticino, per volere del detto Abate è lasciato al Cappellano titolare con l'onere di celebrare quattro Messe alla settimana, com­presa quella festiva. Una descrizione dettagliata e completa dell' edificio sacro viene fatta nel 1706: l'Oratorio è di forma quadrata con il pavimento in late­rizi ed il soffitto a volta, dipinto nel mezzo di celeste e decorato con stelle d'oro; l'altare è collocato in una nicchia a volta e sopra ad es­so c'e una tela raffigurante S. Biagio, mentre alle pareti laterali, contornate da cornici scolpite, vi sono le suddette tele con S. Biagio scarnificato e con S. Biagio in carcere. Dalla parte dell'Epistola vi è anche un coro di noce elevato, sotto il quale si apre la porta che, at­traverso un corridoio, conduce alla casa del Sacerdote titolare. Sulla parete della porta maggiore sono appe­si sette quadri su tela, che riproducono le ef­figi di Santi, Vergini e Martiri. E' interessante ricordare che in questo periodo veniva accor­data un'indulgenza Plenaria a chi visitava la Chiesa dai primi Vespri della Festa di S. Biagio fino al tramonto del sole dello stesso giorno festivo. La Chiesa di S. Biagio, non su­bisce più alcun mutamento architettonico e giuridico fino al 1879, anno in cui il Marche­se Giuseppe Mazenta, morendo, lascia, sia edificio della Chiesa sia la casa del Cappel-ano con l'annesso giardino, all'Ordine delle Figlie della Carità Canossiana, affinché vi possano edificare un Convento. Con la costruzione del Convento nel 1884, al­l'interno del quale si trova una Chiesa dedica-:a all'Addolorata ed utilizzata solo dalle Reli­giose, il luogo sacro viene chiuso al pubblico e aperto soltanto in occasione della Festa del Santo. Si deve, dunque, all'iniziativa delle Madri Canossiane l'attuale stato dell'edificio, recentemente ripulito e restaurato, come pu-re la continuazione dell'antica tradizione di celebrare solennemente ogni anno, il 3 feb­braio, la Festa di S. Biagio e di esporre al ba­cio dei fedeli le sue SS. Reliquie . Ora, dunque, la Chiesa presenta una facciata, che si ripete all'estremità settentrionale del Convento delle Madri Canossiane, incornicia­la ai lati da due lesene concluse da capitelli e chiusa superiormente da un timpano. Il por­tale d'ingresso è in stile tipicamente barocco, mentre il resto della facciata è stato rima­neggiato nell'800 durante i lavori di costru­zione del Convento. Anche l'interno è in stile barocco ed ha un'unica navata, che si chiude, dopo una balaustra, con un piccolo presbite­rio senza abside, sovrastato da un arco trion­fale che riprende la volta a botte della nava­ta stessa. Le pareti, ripartite da lesene, sono Scoperte da pregevoli quadri ad olio, rappre­sentanti scene del Martirio del Santo, attri-ouibili a Melchiorre Gherardini (29), di cui, come si è detto, si ha notizia già a partire dal '600. Gli unici rifacimenti sono alcuni affre­schi nella volta a botte del presbiterio.

Le Madri Canossiane

madricanossiane


Fondatrice della Congregazione delle Figlie della Carità Canossiane fu Maddalena di Ca­nossa di imperitura memoria, poi diventata santa. Ella, proveniente da Verona, eresse ca­nonicamente la casa Primaria (Provinciale) dì Milano intorno al 1824. A Magenta, i fratelli Antonio e Giuseppe Ma­zenta, entusiasti del programma e dello stile proposti da santa Maddalena e conoscendo la valenza dell'opera educativa ed assistenziale svolta dalle Madri Canossiane, misero a dispo­sizione la chiesa di San Biagio, di loro proprie­tà, con gli immobili connessi e un lascito mo­netario, perché si potesse instaurare un nuovo convento a beneficio della borgata. Il 23 agosto 1884 l'allora Prevosto di Magen­ta, Carlo Giardini, pose la prima pietra del­l'istituto delle Madri Canossiane che fu inau­gurato il 28 ottobre dello stesso anno. Da quella data in avanti pressoché tutta la gio­ventù femminile magentina cominciò a fre­quentare l'Oratorio del convento. Negli anni che seguirono ci fu una continua interazione tra Canossiane e Magentini. Da subito le Madri si misero al lavoro per l'at­tuazione del programma per il quale erano state chiamate a Magenta. Questo comportò immediatamente l'apertura gratuita della ca­sa a un migliaio di ragazze con scuola per i la­vori femminili e catechesi. Al Santuario del­l'Assunta, inoltre, ogni domenica, otto Madri si impegnarono per la catechesi alle donne e da questi fitti legami interpersonali si realiz­zarono la fondazione di una Biblioteca Popo­lare al femminile e l'Opera dei Tabernacoli per la manutenzione ordinaria nelle chiese di Ma­genta. Seguirono quindi, d'accordo con le au­torità, l'Asilo, le Scuole Elementari, i Corsi Me­di e il Collegio. Sempre ottima fu la collabora­zione con la Parrocchia per la quale l'opera educativa delle Canossiane fu di esempio per­ché fosse posta l'urgenza della fondazione di un Oratorio maschile. Pochi anni dopo la fon­dazione dell'istituto "si diceva nei dintorni che Magenta aveva cambiato d'aspetto" perché "la popolazione magentina è povera, è labo­riosa ma esigente al sommo; e forse più che in qualunque altra casa, le Figlie della Carità so­no colà le serve dei poveri, nel senso più stret­to della parola". Non si dimentichi, tra le tante giovani passate dalle Canossiane, Santa Gian­na Beretta Molla che maturò, nella normalità della vita oratoriana e parrocchiale magenti­na, la propria vocazione alla santità come me­dico, sposa e madre.

Tratto integralmente da "MAGENTA Ritratto di una Città"

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S.Maria Assunta

La Chiesa S.Maria Assunta

santamariaassunta

Via Mazzini

20013 Magenta (MI)

+39 0297298342

 


La data di fondazione del Monastero di S. Maria Assunta dei Padri Celestini in Magenta non è riportata in alcun documento archivi­stico. Tradizionalmente la fondazione viene fatta risalire alla seconda metà del XIV seco­lo e due sono le notizie che lo fanno suppor­re: nel 1398 il Monastero è riportato tra "le domus della Pieve di Corbetta come Ecclesia Sanctae Mariae Celesti norum de Mazenta" e, sempre nel 1398, la Chiesetta di S. Maria dei Celestini viene stimata in Lire 20 e Soldi 17. La costruzione del campanile, ancora oggi in buono stato di conservazione e manutenzio­ne, è fatta risalire, alla fine del secolo XV. La Chiesa di S. Maria Assunta, che risulta la seconda della città per ampiezza, dopo la Ba­silica di San Martino, è ad un'unica navata, costituita da cinque campate coperte da vol­te a crociera; la copertura a volta originaria non era però in cotto, bensì composta di can­ne, sostenute dall'intelaiatura portante del tetto, costituita a sua volta da capriate li­gnee. Su entrambi i lati longitudinali si trova­no sette cappelle con altari dedicati e due cappelle senza altari dove sono stati colloca­ti a destra l'organo ed a sinistra un pulpito di legno lavorato; queste cappelle hanno un'al­tezza inferiore rispetto alla nave della Chiesa e sono coperte con una volta a botte. Una balaustra immette nel presbiterio. Le parti architettoniche della Chiesa furono man mano restaurate in diverse occasioni. Attual­mente l'unica volta a crociera originaria è quella della copertura della sacrestia nuova, sul lato sinistro del coro. La volta dell'unica navata, crollata in parte nel 1937, è stata rifatta negli anni 1939-40 la nuova copertura, a botte, con unghie in prossimità delle finestrelle che si affacciano sopra il tetto delle cappelle, è stata eseguita in laterizio armato. Pure di questo periodo è la nuova copertura, realizzata in legno e te­gole. La sistemazione esterna della facciata è del 1938. Del 1939 risulta essere anche l'ac­quisto del coro "in legno di noce massiccio" e l'ultimazione della pavimentazione interna in "marmette a mosaico" Tra le pregevoli opere conservate in questo sacro edificio si segnala: nella prima cappella a destra: "Il trionfo dell'Eucaristia"- una tela del XVII secolo; nella seconda cappella a destra: "L'adorazione dei Magi" di ignoto pittore; nella terza cap­pella a sinistra le opere più prestigiose dal punto di vista arti­stico, due tavole del 1501 "Cri­sto alla colonna" ed un "Ecce Homo" di Ambrogio da Fossano detto il Borgognone, Le tavole sono inserite nel polittico cin­quecentesco attribuito a Ber­nardo Zenale. I pannelli laterali del Bergognone sono stati collocati nel-ancona in un momento suc­cessivo, probabilmente nella seconda metà dell'ottocento, in sostituzione di parti del po­littico dello Zenale perché di­strutte o fortemente degrada­te. La lunetta sovrastante raf­figura il Padre Eterno ed è de­rivata da una tavola tonda cui in un precedente intervento è stata asportata la parte infe­riore che probabilmente rappresentava la colomba dello Spi­rito Santo. Gli sfondi delle scene della predella, in origine in foglia d'oro che, con la punzonatura del fondo creava un sug­gestivo gioco di luci e ombre, è stato dipinto con azzurrite in un inter­vento ottocentesco. Il restauro del polittico, che ha portato alla sco­perta di queste pregevo­lissime opere, è stato re­so possibile grazie al Rotary Club Magenta ed è stato eseguito dal prof. Carmelo Lo Sardo.

Affreschi dell'Altare e della Cappella dei Celestini

I due grandi affreschi che decorano le pareti laterali dell'abside, raffigura­no rispettivamente: a destra dell'altare, la premonizione in sogno della Madonna a Celestino per la costruzione della Basilica di S. Maria di Collemaggio nella città del­l'Aquila, a sinistra l'apparizione della Madon­na che dà al santo disposizioni sugli elemen­ti architettonici della Basilica a Lei dedicata. Questi due affreschi, unitamente a quelli che decorano interamente la cappella dei Celesti­ni, anche se rimaneggiati lungo il corso dei secoli, sono originali del Seicento.

La cappella dei Padri Celestini, la terza a sini­stra per chi entra, è interamente decorata ad affresco con un finto altare dipinto sulla pa­rete di fondo che contiene una pala d'altare dipinta ad olio su tela, raffigurante la Ma­donna con Bambino e i Santi: Celestino a de­stra della Madonna, San Carlo e San Placido a sinistra. In secondo piano San Benedetto e Santa Scolastica. In basso, una donna che assiste un appestato e si rivolge a S. Carlo. Sulle pareti laterali due ovali monocromi chiaroscurali raffigurano storie di Celestino e San Benedetto con San­ta Scolastica. In alto nella volta è raffigurato lo stemma dei Celestini che presenta una "S" dello Spirito Santo intrecciato alla Croce. Questo monogramma è l'unico presente in tutte le cappelle. Fortunatamente, data la sua riconosciuta importanza, nonostante i re­stauri delle volte, esso è stato mantenuto.

Le Tavole del Bergognone

 cristoallacolonna

eccehomo

 Le tavole di Ambrogio da Fossano detto il Bergognone (Milano 1453-1523), il Cristo alla colonna (datato, 1501) e il Cristo deriso, sono inserite in un complesso ligneo cinquecentesco riferibile a Bernardo Zenale, nella cappella dedicata a San Giuseppe. Le opere, dopo il restauro eseguito nel 1996-97 affidato a chi scrive e diretto da Sandrina Bandera della Soprintendenza ai Beni artistici di Milano, sono state esposte alle mostre: "Arte ambrosiana dal IV al XIX secolo. Splendori al Museo Diocesano"* e "Il Cinquecento lombardo. Da Leonardo a Caravaggio" a Palazzo Reale **. Non si ha alcuna notizia certa sulla provenienza delle due tavole che, verosimilmente nei primi anni dell'Ottocento, potrebbero essere pervenute nell'ubicazione attuale, forse donate da Giacomo Melzi. Nella chiesa di Santa Maria Assunta esiste tuttora una lapide commemorativa per meriti pittorici dedicata al Melzi risalente ai primissimi anni dell'Ottocento e probabilmente collegabile alla donazione delle due tavole (ringrazio il prof. A. Cislaghi per le preziose informazioni) *** Nell' Ecce Homo, la scena della mietitura rappresentata sullo sfondo rimanda al sacrificio eucaristico, mentre nel Cristo flagellato è rappresentata una nobile corte rinascimentale, con scene dipinte alle pareti che alludono a una seduta di una qualche corte (nell'ordine di comparizione di Gesù davanti a diverse corti, la notte del suo arresto, avremo: il Sinedrio, la corte di Erode, il pretorio di Pilato). La datazione dell'opera ma-gentina Cristo alla colonna trova conferma a serrato confronto con le due tavole del Bergognone raffiguranti rispettivamente l'Orazione nell'orto e la Salita al Calvario, segnata 1501, della National Gallery di Londra. I quattro pannelli manifestano strettissimi legami tematici, compositivi e stilistici, considerate anche le analoghe misure e la coerenza dell'impianto prospettico, tali da giustificare l'ipotesi di una verosimile riconduzione ad un unico polittico. Una curiosità: durante le operazioni di pulitura del Cristo alla colonna, si è resa leggibile un'impronta digitale dell'autore, che si nota con chiarezza in corrispondenza della porta di accesso interna al portico. Nella parte centrale del polittico si colloca un dipinto a tempera magra su tela raffigurante La Natività (con la particolarità di un san Giuseppe giovane). La lunetta raffigura il Padre Eterno che regge nella mano sinistra le sorti del Creato (il globo). Essa è derivata da una tavola tonda a cui in un precedente intervento è stata asportata la parte inferiore che probabilmente raffigurava la colomba dello Spirito Santo. Ai lati, i profeti Davide (riconoscibile dalla corona) e Isaia scolpiti in altorilievo. Sulla trabeazione notiamo l'annunciazione con le due statuette, l'arcangelo Gabriele e la Madonna. Nel timpano, in alto, un gruppo di angeli con il cartiglio del " Gloria a Dio nell'alto dei cieli". La predella contiene tre tavole raffiguranti L'adorazione dei Magi, La presentazione di Gesù al Tempio e La fuga in Egitto. Gli sfondi delle scene della predella - in origine in foglia oro che con la punzonatura del fondo creava un suggestivo gioco di luci e ombre - è stato dipinto in azzurrite in un intervento ottocentesco. Il restauro ha avuto il merito di aver restituito l'opera alla originaria trasparenza e ha permesso, attraverso la rilettura degli originali elementi visivi, l'attribuzione delle tavole al Bergognone, aprendo così un nuovo ciclo di studi non solo sull'artista ma anche sul complesso ligneo dove sono inserite. Uno studio serio sul polittico, quindi, non può prescindere dai dati oggettivi emersi dell'intervento di restauro, realizzato grazie al contributo del Rotary Club di Magenta.

 

 

1 N.R. [N. Righi], in P. Biscottini
(a cura di), SPLENDORI AL MUSEO DIOCESANO, Catalogo della Mostra, Milano 2000, pp. 72-74.
2 A.G [A.Gioli], in F, Caroli (a cura di), IL CINQUECENTO LOMBARDO DA LEONARDO A CARAVAGGIO,
Catalogo della mostra, Milano 2000, pp. 88-89.
5"lacobus comes familae Melzi [fuit] vir acri ingenio, prudens, disertus, popularis, studiosissimus picturae ut Franciscum illum, gentilem suum Leopardi a Vincio amicissimum, visus sit referre. Pinacotecam veteribus tabulis instruxit magno sumptu ad familiam et patriae dignitatem".
Si ringrazia A. Cislaghi per la gentile comunicazione.

 

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SS.Carlo e Luigi

La Chiesa dei SS.Carlo e Luigi

santicarloeluigi

P.zza L.Introini

Ponte Vecchio

20013 Magenta (MI)

+39 029799767

 


Nel 1903 il Cardinal Ferrari, in occasione della Visita Pastorale, incoraggia don Luigi Introini, allora coadiutore presso la frazione di Pontevecchio, ad iniziare la costruzione di una nuova Chiesa, più ampia di quella deH’Immacolata, capace di contenere soltanto trecento persone. In seguito alle ripetute sollecitazioni della Curia, il Sacerdote, dopo aver sentito il parere degli architetti Giacchi e Parroc-chetti, che, contrariamente al cavalier Castiglioni, si dichiaravano sfavorevoli all’ampliamento della vecchia Chiesa (1), decide, nonostante le critiche, di intraprendere la costruzione di un nuovo edificio sacro. L’ingegner Castiglioni redige, così, un progetto, che il Cardinal Ferrari approva, da realizzarsi sul terreno comperato col denaro delle Consorelle del SS. Sacramento, e l’8 settembre 1908 viene posta la prima pietra (2). Negli anni 1910/11 la popolazione aderisce con entusiasmo alla costruzione del nuovo tempio, prestando gratuitamente manodopera e mezzi di trasporto per i materiali. Durante il biennio 1912/13 è completata la parte muraria con monoliti forati di cemento, mentre manca ancora il tetto, che doveva essere tutto a vista; il Reverendo Introini, infatti, visto l’elevato preventivo, non ha il coraggio di affrontare il completamento dell’edificio. Circa dieci anni dopo, conclusasi la I Guerra Mondiale, si decide la ripresa dei lavori sotto la guida dell’ingegnere Carlo Castiglioni. Si rendono, però, necessarie delle modifiche, sia per la solidità che per l’estetica della Chiesa stessa, e lo studio di queste viene affidato all’architetto Cecilio Arpesani. Data la penuria di fondi, si fa appello alla disponibilità dei parrocchiani, alcuni dei quali si prestano, con dei carri, al trasporto gratuito dei mattoni da Abbiategrasso a Pontevecchio; altri, invece, contribuiscono alla ricerca dei fondi con l’allestimento di pesche di beneficenza. Le difficoltà vengono superate e nel giorno di Natale del 1926, improvvisato l’altare Maggiore, viene celebrata per la prima volta, tra la generale commozione, la Messa che segna il definitivo abbandono della Chiesa dell’Immacolata. Nel 1927 vengono inaugurate le due cantorie, la cappella della Madonna con l’altare, che è lo stesso della vecchia Chiesa deH’Immacolata, il battistero e la bussola della porta centrale. Il 2 luglio 1928 Monsignor Macchi, Vescovo di Andria, inaugura e consacra l’altare Maggiore; in seguito vengono inaugurati la cappella di Maria Bambina, le balaustre ed i due pulpiti. La frazione di Pontevecchio, già staccata dalla Parrocchia di S. Martino nel 1925, viene istituita Parrocchia autonoma dal Cardinale Ildefonso Schuster (3), con Decreto datato 21 marzo 1936 (4), mentre il suo riconoscimento civile avverrà solo il 3 giugno 1937. Di questo stesso anno è la posa della prima pietra del campanile, dedicato ai Caduti della Grande Guerra (5). Con la costruzione del campanile la Parrocchiale è finalmente completata. Nei decenni successivi la Chiesa, pur soggetta a manutenzioni e a modifiche, rese necessarie dai nuovi Canoni della Liturgia e da esigenze di maggior funzionalità, mantiene la sua originaria struttura architettonica, che può essere ancora ravvisata nell’edificio sacro. La Chiesa, a pianta longitudinale ad unica navata, presenta due sporgenze laterali simmetriche in corrispondenza delle cappelle laterali dedicate a S.Giuseppe ed a Maria Ausiliatrice; i due annessi laterali si prolungano sino a formare i vani di servizio tra i quali è compresa la sagrestia. Superando il primo arco trionfale, ci si immette nel diaframma di collegamento con la tribuna del presbiterio, sollevata da due gradini, alla quale si accede dopo aver superato il secondo arco trionfale. L’abside, di forma circolare, è adibita a coro ed è dotata di organo. Le strutture, sia internamente che esternamente, sono rinforzate con muratura di mattoni a vista, in modo tale da creare un movimento di volumi, che ne rende architettonicamente piacevole l’aspetto. La copertura della nave della Chiesa è realizzata con capriate lignee, sulle quali poggiano delle tavole in legno e un superiore manto di tegole. La copertura degli altari laterali, originariamente in canne a botte, è stata rifatta negli anni Ottanta in laterizio armato; la copertura dell’abside è, invece, a volta semisferica con manto di tegole. I pulpiti risultano ora all’altezza del secondo arco trionfale, dopo lo spostamento da essi subito negli anni Ottanta al fine di aumentare la capienza interna dell’edificio. L’altare di recente fattura, antistante a quello originario, nel quale si conserva il SS. Sacramento, è posto al centro del presbiterio e non è più diviso dal corpo della Chiesa dalla balaustra, inizialmente presente, che è stata rimossa (6). L’illuminazione della Chiesa avviene attraverso numerose aperture, sulle quali sono collocate delle vetrate di ottima fattura, raffiguranti diversi Santi e realizzate nella prima metà del XX secolo; la Chiesa si avvale, inoltre, di due rosoni: uno sulla facciata e l’altro posto sopra l'altare vecchio. Esternamente la Chiesa presenta una facciata del tipo “a capanna”, scarsamente decorata; fa eccezione l’ingresso, realizzato con portanti in vivo e capitelli a fogliame. Si segnalano, quali compieta-menti artistici della facciata, la lunetta semisferica sopra il portone d’accesso, contenente un mosaico che rappresenta S. Carlo Borromeo mentre comunica S. Luigi Gonzaga, e due mosaici laterali, realizzati negli anni Sessanta e raffiguranti gli Apostoli Pietro e Paolo.

Tratto da L'Arte del Sacro

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La Sacra Famiglia

La Chiesa della Sacra Famiglia

sacrafamiglia

Via Cadorna, 5

20013 Magenta (MI)

+39 0297290544

 


La Chiesa della Sacra Famiglia, rappresenta un altro dei nuovi edifici di culto presenti in Magenta. La posa della prima pietra della cappella, avvenne il 10 maggio 1987 e lo stabile venne inaugurato al culto già il 29 ottobre 1988. La funzione del nuovo edificio era quella di sopperire alle esigenze spirituali del nuovo quartiere che proprio in quegli anni andava sorgendo nell'area. Attiguo alla chiesa è stato anche eretto un oratorio per i giovani del quartiere, dedicato al Cardinale milanese Alfredo Ildefonso Schuster. L'interno della chiesa presenta una struttura ad un'unica navata con soffitto a vela che culmina in un timpano sul quale si trova una finestra a croce che prende luce da un'apertura sovrastante. L'altare, in marmo, è posto in un presbiterio semicircolare sostenuto da colonne e corredato da una grande vetrata retrostante, gittante sul parco retrostante, caratterizzato dalla forte presenza di abeti. Lungo le pareti della chiesa si trovano anche numerose vetrate policrome a soggetti sacri realizzate da artisti locali che danno ampia luce all'interno della struttura. Di fianco al portone d'ingresso si trova anche una piccola cappella dedicata appunto alla Sacra Famiglia dove trovano posto una statua di Gesù, una della Madonna e una di San Giuseppe.

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